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Se, da un lato, la produzione poetica di Mastroianni si compone di una grande varietà tematica, in grado di spaziare dalla malinconica evocazione della terra natia alla reinterpretazione della letteratura omerica, dal dialogo intimo e quasi ancestrale con la natura all’invocazione della poesia e della fede come salvezza dell’anima, dall’altro essa trova unicità e coerenza in un genuino sentimento di umanità, inscindibilmente connesso con un antico amore per la cultura classica.La poesia è il primo

e più vivo di questi temi, frutto di un’innata capacità “d’individuare subito una verità ed una necessità di canto…una necessità piena di vocazione”, come sostiene Mario Stefanile, al commentare le liriche del Mastroianni. E’ lo stesso poeta a confessare “di non essere stato capace, suo malgrado, di tenere più a lungo segreto quell’indomabile amore nativo”.

Intimamente connesso con la sua personalità è poi il profondo rapporto con la Natura, che egli canta con un trasporto ed un’immedesimazione quasi di carattere “panico”; una Natura viva e vitale, potremmo dire umana, poiché strettamente in simbiosi con gli uomini che la abitano, spesso partecipe delle loro vicende, a volte benigna, a volte ostile, ma sempre sincera interlocutrice e fonte di meditazione e autoanalisi.

Altrettando profondo e affettuoso, a volte dolente e malinconico, è il rapporto con la terra d’origine, come documentano le liriche dedicate a Rocco, il campagnolo amico d’infanzia, e alla gente di Platania. A tal proposito il poeta Mario Luzi, nella prefazione ad una sua raccolta, scrive: “le immagini incorrotte della purezza umana e della nitidezza figurativa…seguitano a vivere in lui di una viva, continua presenza…prendendo di fatto i contorni delle terre d’origine, cioè della Calabria, lontana nello spazio ed anche nel tempo dall’esistenza attuale del poeta”; lui, “sradicato dalla sua povera terra, ma non da essa reciso”, come scrive lo Stefanile, che individua già nelle prime liriche “un’antica malinconia, nutrita nel profondo dai succhi amari ma incantevoli di una memoria” che fruga “senza gualcirli, nei luoghi e nelle creature di un’infanzia sempre più favolosa nella lontananza”.

Inscindibile da queste immagini è il ricordo dei morti e le persone a lui care, a volte delicato e affettuoso, a volte triste e dolente, ma sempre illuminato dalla fede e dalla speranza di potersi incontrare di nuovo, per riprendere il colloquio interrotto. Sempre presente è, infatti, la consapevolezza dell’inesorabile scorrere del tempo e dell’approssimarsi della morte, così come il timore di perdere il conforto della poesia, di non essere più capace di guardare il mondo con gli occhi e l’innocenza di prima; ma la fede, appiglio e baluardo di indefessa speranza, gli consente di superare questi timori e benedire sempre la vita.

Inoltre la fede lo porta non a rinnegare la sua cultura classica ma, anzi, a ripensare il suo rapporto con i miti greci e con la poesia Omerica, in particolare, dandogli la possibilità di riscoprire in essa la parte migliore dell’animo umano.

Non disconnesso da questi concetti è infine il tema sociale, la consapevolezza di un comune destino di sofferenza, affrontata in spirito di umana solidarietà, quel senso di inquieta solitudine, “in cui lo scrivere collima ancora con la sua antica naturalezza”, come sottolinea Vittorio Sereni. E’ quindi affidata ancora una volta alla poesia, l’urgenza di cantare il dolore della condizione umana, così come è attribuita alla fede la necessità di trovarvi riscatto e consolazione.

Rielaborazione di un testo di Benito Vittorio Paola